Solitudine e qualità
La solitudine è una qualità di esperienza che mi ha accompagnata fin dall’inizio.
Non è mai stata semplicemente assenza di altri, ma uno spazio con caratteristiche precise, che richiede attenzione, capacità e una certa forma di responsabilità verso sé stessi.
Esiste una qualità anche nello stare da soli.
Non tutte le solitudini sono uguali: alcune svuotano, altre permettono di ascoltare, osservare, comprendere.
La differenza non è nella presenza o assenza degli altri, ma nel modo in cui si è in relazione con sé stessi.
Nel mio percorso, la solitudine non è stata un limite, ma una condizione che ha reso possibile l’osservazione interna, la costruzione di consapevolezza e il riconoscimento del mio funzionamento.
Questo non esclude la relazione.
La rende, semmai, più selettiva.
Nel mio vissuto, non è stato necessario andare d’accordo con tutti, né adattarmi ad ogni contesto.
Per lungo tempo, ciò che veniva richiesto era altro:
essere sempre disponibile,
salutare tutti,
rispondere sempre di sì,
essere accondiscendente.
Accanto a questo, frasi ricorrenti:
"Non parli mai"
"Non ti si può mai dire niente"
"Non sorridi mai"
Sì, il sorriso e le parole li avevo proprio persi.
Una forma di adattamento spesso normalizzata, che nel tempo può avere un costo.
Il corpo e la mente non sembrano sostenere a lungo ciò che non è allineato.
Questo, nel mio caso, non ha prodotto integrazione.
Ha prodotto usura.
Ritengo importante mantenere attiva la domanda e il pensiero.
Perché dovrei andare d’accordo con chi non si prende cura della propria persona, a livello mentale e psicofisico, se è proprio con questo che entriamo in relazione?
E perché dovrebbe essere considerato naturale adattarsi a contesti in cui manca un reale lavoro su di sé, sia nel riconoscimento del proprio funzionamento che nelle proprie responsabilità?
Nel tempo, ho osservato anche un altro aspetto.
In molti contesti, sembra esistere una pressione implicita ad adattarsi attraverso forme di non autenticità:
dire ciò che è conveniente, dire il falso, aderire a dinamiche non sentite, semplificare o distorcere parti di sé per poter rimanere all’interno di un sistema.
Una modalità che può diventare, per alcuni, una strategia di sopravvivenza.
Nel mio caso, questa dinamica è stata presente, ma non si è dimostrata sostenibile nel tempo.
La distanza tra ciò che viene richiesto e ciò che è autentico può avere un costo.
E, nel tempo, questo mi è costato caro.
Nel mio vissuto, mettersi in discussione, osservare il proprio funzionamento e lavorare su di sé
è stato ed è fondamentale.
Per questo, la selettività nelle relazioni non nasce da chiusura, ma da coerenza.
Ogni individuo ha una propria qualità di esperienza e di socialità, che non può essere forzata senza conseguenze.
Ritengo che uno spazio individuale sano passi attraverso:
- il riconoscimento di sé
- la definizione dei propri confini
- la capacità di stare in relazione senza perdersi
La solitudine, in questo senso, non coincide con l'isolamento.
È una forma di posizione.
Non è distanza dagli altri.
È precisione nella scelta.
© 2026 Veronica Cirrincione — v interior lab