Psicologia del profondo
L’avvicinamento alla psicologia del profondo non è nato da un’esigenza teorica o clinica, ma da un riconoscimento personale maturato nel tempo.
Solo successivamente, questo incontro ha assunto anche il valore di uno strumento di comprensione di processi interiori complessi, non riducibili a una lettura esclusivamente sintomatologica o comportamentale.
Nota
Il testo qui presentato è una sintesi orientativa di un lavoro più ampio e in evoluzione.
Alcuni materiali sono disponibili nella sezione dedicata.
Parte di questo percorso confluirà in un libro attualmente in sviluppo.
I contenuti sono tutelati come opera intellettuale.
5.1 Incontro spontaneo con la dimensione profonda
Il contatto con la parte più profonda di me è iniziato molto prima dello studio.
Era già lì.
Da bambina non sapevo cosa fosse. Non avevo parole per descriverlo. Eppure dentro di me esisteva una percezione che andava oltre ciò che accadeva in superficie.
Non erano solo ragionamenti.
Erano anche immagini.
Sogni ricorrenti.
Sensazioni intense.
Stati interiori che emergevano senza essere cercati.
Alcune esperienze si ripetevano nel tempo. Anche quando la mia vita cambiava, qualcosa dentro continuava a esprimersi nello stesso modo. I contesti erano diversi, ma il significato restava simile.
Era come se una parte più profonda di me stesse cercando di comunicare.
All’inizio non cercavo di capirlo.
Osservavo.
Erano esperienze reali, vive, che lasciavano una traccia interna. Non erano separate dalla mia vita, ma ne facevano parte. Influenzavano il modo in cui mi sentivo, il modo in cui percepivo il mondo, il modo in cui restavo in piedi dentro ciò che vivevo.
Con il tempo, ho iniziato a comprendere che non erano casuali. Non erano qualcosa di confuso o senza senso. Erano espressioni di una parte profonda del mio sistema che cercava di orientarsi, di proteggersi, di restare integra.
Non è qualcosa che ho cercato.
È qualcosa che ho incontrato.
L’esperienza era già presente.
Lo studio è arrivato dopo, portando con sé una maggiore comprensione.
Ed è da questo incontro spontaneo che ha iniziato a nascere il mio percorso di ulteriore profondità e ricerca.
Non come scelta astratta, ma come naturale evoluzione di qualcosa che faceva già parte di me.
5.2 Il linguaggio simbolico dell’esperienza interna
Il primo accesso a questa dimensione non è avvenuto attraverso le parole, ma
attraverso i sogni.
Fin dall’infanzia, la mia mente era lucida, capace di osservare con logica ciò che accadeva. Accanto a questa capacità razionale, però, esisteva un altro livello di realtà interiore:
sogni, scenari interiori e percezioni che portavano con sé un significato profondo, anche quando non era subito comprensibile.
La consapevolezza era presente.
Il sogno non la sostituiva: la affiancava.
Alcuni sogni si ripetevano nel tempo, in particolare due, distinti ma ricorrenti. I dettagli cambiavano, ma la struttura restava simile, a volte identica. Ambienti riconoscibili, movimenti, strategie, tentativi di fuga, luoghi familiari. Talvolta apparivano sereni in superficie ma interiormente destabilizzanti; altre volte, pur inquietanti nella forma, lasciavano una sensazione di lucidità, serenità e orientamento.
Non li vivevo come qualcosa di separato da me, ma come una continuità tra ciò che accadeva fuori e ciò che si muoveva dentro.
Le immagini ricorrenti e alcune esperienze del sonno non erano episodi isolati.
Erano movimenti interni. Il corpo e la mente continuavano a elaborare e a riorganizzare,
anche quando la coscienza non interveniva in modo volontario.
Successivamente ho iniziato a osservare questi fenomeni senza respingerli e senza
attribuire loro un significato forzato.
Restavo in ascolto.
Non imponevo interpretazioni.
Lasciavo che il senso emergesse.
Questo ha creato una maggiore integrazione tra l’esperienza interiore e
la mia presenza cosciente.
Ciò che all’inizio sembrava frammentato ha iniziato a mostrare una sua coerenza.
Era il modo attraverso cui il mio sistema continuava a orientarsi, ad adattarsi e a
mantenere una senso di unità interna anche nelle condizioni più difficili.
Solo in un secondo momento ho incontrato modelli teorici che descrivevano questi stessi processi.
Ma non li ho vissuti come una scoperta.
Li ho riconosciuti.
5.3 Riconoscimento dei modelli della psicologia del profondo
Per molti anni, ciò che attraversavo esisteva come vissuto.
L’attenzione era già attiva.
Solo in seguito, attraverso lo studio autonomo,
ho incontrato queste strutture.
Leggendo e confrontando, ho iniziato a riconoscere nelle descrizioni teoriche dinamiche che avevo già attraversato.
Le teorie non hanno generato questi processi; hanno solo reso possibile descriverli con
maggiore precisione.
Questo passaggio mi ha portato più chiarezza.
La sostanza restava la stessa, ma diventava più leggibile.
La psicologia del profondo non ha inaugurato il mio cammino.
Ha offerto un linguaggio attraverso cui orientarmi con maggiore consapevolezza in ciò
che stava già accadendo.
5.4 Jung e la validazione di ciò che avevo già vissuto
Quando ho incontrato il lavoro di Carl Gustav Jung, qualcosa dentro di me si è
fermato.
Non era curiosità.
Non era solo interesse.
Era riconoscimento.
Il primo avvicinamento al suo pensiero non è avvenuto in modo programmato o accademico.
Il suo nome mi è apparso per la prima volta leggendo commenti sotto un contenuto online,
in cui più persone facevano riferimento al suo lavoro,
sottolineando quanto fosse rimasto poco conosciuto e poco valorizzato.
Spinta dalla curiosità, ho iniziato a cercare chi fosse.
Da lì si è aperto qualcosa di profondo.
Ricordo la sensazione fisica: brividi e le lacrime che arrivavano senza che potessi
fermarle.
La lettura dei suoi testi ha generato in me una sensazione immediata di riconoscimento: come ritrovare parole e immagini che avevo già attraversato, ma che
fino a quel momento non avevano ancora un nome.
Per anni avevo osservato sogni, immagini interiori, movimenti invisibili, traumi, che non potevo spiegare con il linguaggio ordinario. Non erano fantasie.
Erano presenti, vivi dentro di me.
Quando ho trovato quelle stesse dinamiche descritte nelle sue parole,
ho avuto la sensazione di essere vista.
Come se qualcuno, molto prima di me, avesse camminato in quello stesso spazio
interno e avesse lasciato tracce.
Il mio corpo lo sapeva prima ancora della mia mente.
Non era un’adesione a una teoria.
Era la conferma che ciò che avevo attraversato aveva una forma.
Jung ha dato struttura a qualcosa che era già vivo in me.
Quel momento ha segnato un passaggio profondo.
Ciò che avevo vissuto non era più solo un’esperienza isolata.
Poteva essere compreso, contenuto, integrato.
Non ha cambiato ciò che ero.
Ha cambiato il modo in cui potevo riconoscerlo.
Da quel momento, la psicologia del profondo non è stata più solo qualcosa da leggere.
È diventata un luogo in cui il mio trascorso e la comprensione potevano finalmente
incontrarsi.
Non l’origine del mio percorso.
Ma il primo specchio reale che lo rifletteva senza distorcerlo.
5.5 Inconscio, coscienza e integrazione
Struttura del 5.5:
– 5.5.1 Archetipi
– 5.5.2 Anima e Animus
– 5.5.3 Corpo e inconscio
– 5.5.4 Inconscio come risorsa
– 5.5.5 Individuazione
– 5.5.6 Autori affini
– 5.5.7 L’Ego
– 5.5.8 Linguaggio di riconoscimento
5.5.1 Archetipi e livelli profondi dell’esperienza
Secondo Carl Gustav Jung, gli archetipi rappresentano strutture profonde
dell’esperienza umana, che attraversano le persone al di là della loro storia individuale.
Entrare in contatto con questi livelli mi ha permesso di comprendere alcuni vissuti non come errori o anomalie, ma come espressioni di dinamiche più interiori,
sia in me stessa che negli altri.
Gli archetipi non sono oggetti materiali e non possono essere osservati direttamente
come un organo o una molecola.
Per questo motivo, la scienza tradizionale tende a
considerarli
non misurabili in senso stretto.
Tuttavia, la loro presenza può essere riconosciuta attraverso i modelli ricorrenti del vissuto umano, le immagini interiori, le reazioni spontanee e le configurazioni che
emergono nel tempo.
È possibile riconoscere quali dinamiche siano più attive, quali più dominanti, quali più silenziose.
Non come percentuali matematiche assolute, ma come proporzioni vive del
funzionamento interno.
Il problema non è l’impossibilità di studiarli.
È la mancanza di volontà.
Perché aiutare le persone a comprendere chi sono davvero, come funzionano e quali
forze interne le attraversano significherebbe accompagnarle verso una maggiore
consapevolezza.
Una consapevolezza che rende meno vulnerabili alle semplificazioni, meno dipendenti
da letture esterne e più capaci di scelta.
5.5.2 Anima e Animus: integrazione delle polarità interne
I concetti di Anima e Animus hanno avuto per me un significato concreto.
Non li ho percepiti come qualcosa di astratto, ma come parti interne reali, capaci di influenzare il modo di sentire, pensare ed esistere.
Attraverso l’incontro con il pensiero di Jung, ho riconosciuto qualcosa che era già vivo
dentro di me: la coesistenza naturale di entrambe queste dimensioni,
quella femminile e quella maschile.
Non come opposte o in conflitto, ma come aspetti che convivono e si completano.
Crescere ha significato imparare a riconoscerle, rispettarle e permettere a entrambe
di avere spazio,
senza doverne negare una per far esistere l’altra.
Il mio equilibrio non nasce dall’identificazione con una sola dimensione, ma dalla
possibilità di integrarle in modo autentico.
5.5.3 Il corpo come espressione dell’inconscio
Nel mio percorso ho compreso che il corpo è parte della psiche.
Ciò che non trova espressione a livello cosciente può continuare a manifestarsi nel corpo: attraverso tensioni, reazioni, stati fisiologici, cambiamenti percettivi.
Il trauma non resta solo nella memoria. Può restare nel funzionamento come tentativo del sistema di adattarsi e continuare.
Il corpo diventa così un luogo di espressione e comunicazione.
Una parte da ascoltare.
Il lavoro consiste nel permettere una progressiva integrazione tra corpo, emozione e coscienza.
Non si tratta di normalizzare.
Si tratta di integrare.
5.5.4 L’inconscio come risorsa di orientamento
In contesti particolarmente destabilizzanti, ho compreso che l’inconscio non era una forza caotica o distruttiva.
Era una risorsa.
Non mi allontanava da me stessa.
Mi aiutava a restare.
Non l’ho vissuto come qualcosa da subire, ma come un territorio da attraversare e osservare, in dialogo con la coscienza, senza opposizione.
In quei momenti, l’inconscio non mi ha spezzata.
Mi ha aiutata a restare intera, quando tutto il resto dentro di me sembrava cedere.
Nel mio percorso, ho riconosciuto che l’inconscio non si manifesta in modo unitario.
Accanto a contenuti orientanti e regolativi, emergono anche dinamiche disorganizzate o potenzialmente dannose.
È soprattutto nel confronto con queste che entravo in contrasto, cercando di comprenderle nella loro profondità.
Questo processo mi ha aiutata a non subirle, ma a riconoscerle e attraversarle.
5.5.5 Individuazione e integrazione
Nel tempo, ho compreso che questo processo somigliava a ciò che Jung definiva individuazione.
Un processo attraverso cui la persona smette progressivamente di identificarsi solo con gli adattamenti e inizia a riconoscere la propria struttura più autentica.
Non diventare qualcun altro.
Ma tornare a sé.
In alcuni passaggi l’ho vissuta come una forma di autodistruzione: una caduta delle parti che non erano realmente mie. Anche in contesti gioiosi o con persone non negative, emergeva con chiarezza ciò che mi apparteneva e ciò che invece mi allontanava da me stessa.
A volte questo ha richiesto scelte difficili e rinunce importanti. Non per negare l’altro, ma per restare integra, con rispetto e consapevolezza delle conseguenze.
Questo processo non elimina il dolore.
Permette però di attraversarlo senza perdere coerenza del sé.
Ciò che era disperso dentro di me ha iniziato lentamente a tornare insieme, come il ritorno naturale di ciò che era sempre stato lì.
5.5.6 Autori affini e risonanza esperienziale
La risonanza è di natura ispirativa, non assimilativa.
Accanto al pensiero di Carl Gustav Jung, altri autori hanno offerto una risonanza profonda e una conferma di un percorso che era già in atto.
Socrate, per il suo modo di interrogare la realtà e riconoscere il valore del dubbio come apertura alla comprensione.
Leonardo da Vinci, per la capacità di unire scienza, arte e osservazione, senza separare conoscenza e intuizione.
Frida Kahlo, per aver unito arte, sofferenza e libertà in un’espressione autentica.
Nikola Tesla, per una mente orientata alla comprensione profonda, al continuo desiderio di migliorare ciò che esisteva e per la sensibilità nel percepire ciò che ancora non era visibile agli altri.
Jacobo Grinberg, per il coraggio di esplorare la coscienza e le varie realtà come esperienza diretta, mantenendola connessa alla vita vissuta.
Albert Einstein, per la capacità di unire rigore e meraviglia, e per la disponibilità a rimettere in discussione la conoscenza come processo vivo. Accanto a lui, Mileva Marić, matematica e fisica, sua compagna di studi e prima moglie, con la quale condivise un dialogo intellettuale significativo.
Questi incontri hanno accompagnato il mio percorso, ampliandone la comprensione.
Ulteriori approfondimenti su questi autori e su altri concetti sono disponibili nella sezione dedicata ai materiali PDF sulla psicologia del profondo.
5.5.7 L’ego: struttura di protezione e relazione con la coscienza
Per molto tempo, l’ego non è stato per me qualcosa di positivo.
L’ho percepito soprattutto nelle sue forme più rigide, difensive, spesso aggressive.
Una struttura capace di chiudere, di irrigidire, di allontanare dalla coerenza interna.
Solo col tempo ho iniziato a osservarlo più profondamente.
Ho iniziato a riconoscerne i pattern, le variazioni, le diverse modalità con cui si manifesta.
In particolare, ho osservato con chiarezza le sue espressioni nella dimensione maschile:
la struttura, la direzione, la difesa, l’insicurezza, ma anche il bisogno di controllo quando la stabilità interna è minacciata.
La dimensione femminile resta per me più complessa da definire.
In alcune sue forme ho riconosciuto elementi legati al potere, all’immagine e alla protezione dell’identità, che possono assumere configurazioni difficili da distinguere tra forza e narcisismo.
Successivamente ho compreso che l’ego non è un’entità unica e fissa.
È una struttura dinamica, che può irrigidirsi per proteggere o aprirsi quando la struttura interna è più stabile.
Non coincide con la coscienza, ma esiste in relazione con essa.
Osservarlo mi ha permesso di non identificarlo più completamente con ciò che sono.
Di riconoscerlo e restare presente oltre le sue dinamiche, comprendendolo in ogni suo pattern e nelle diverse dimensioni in cui si manifesta, sia nelle sue espressioni costruttive sia in quelle disfunzionali.
5.5.8 La psicologia del profondo come linguaggio di riconoscimento
La psicologia del profondo è arrivata come un linguaggio capace di dare forma a ciò che vivevo da tempo.
Molti dei processi che descrive, l'attenzione e l'osservazione del comportamento in me e negli altri, le dinamiche tra livelli interiori, la funzione delle immagini, la tensione verso una maggiore coerenza interna, erano già attivi nel mio percorso, prima di essere nominati.
L’incontro con questo pensiero ha offerto una struttura più chiara a ciò che fino a quel momento avevo sostenuto da sola.
Mi ha permesso di leggere i miei movimenti interiori con maggiore precisione e di riconoscere che non si trattava di frammentazione, ma di un processo in evoluzione.
È stato un ritorno.
5.7 Materiale visivo e documentazione esperienziale
Accanto al lavoro scritto, esiste anche una documentazione visiva e manoscritta emersa spontaneamente nel corso degli anni, composta da immagini, annotazioni su sogni, incubi, paure ed esperienze interiori.
Una parte del lavoro è raccolta nei PDF nella sezione materiali.
Il corpus completo resta disponibile su richiesta, nel rispetto del contesto e delle finalità di approfondimento, analisi e sviluppo.
5.8 Bisogno, Voglia, Scelta
Nel corso del mio vissuto, fino ad oggi, ho iniziato a osservare sempre di più la differenza tra bisogno, voglia e scelta, non solo sul piano mentale, ma anche corporeo, emotivo e percettivo.
Alcuni comportamenti, desideri o stati interni possono nascere da bisogni profondi, mancanze emotive, ricerca di sicurezza, regolazione o tentativi inconsapevoli di compensazione.
Ho compreso come alcuni bisogni interiori, soprattutto quando rimangono inespressi o non compresi pienamente, possano trasformarsi nel tempo in diverse forme di dipendenza, ricerca compensatoria o attaccamento, sia emotivo che comportamentale.
Nella mia vita, per molto tempo e per molti anni, il bisogno lo sentivo quasi in modo carnale, soprattutto sul lato affettivo e relazionale, con conseguenti disregolazioni emotive e, in alcuni momenti della mia vita, anche con condizioni intense o gravi di malessere corporeo e mentale.
Ho osservato anche come la voglia possa assumere varie espressioni e configurazioni, a volte più corporee che mentali, non necessariamente legate all’attaccamento, ma anche al piacere, alla ricerca di esperienza, stimolazione, contatto o soddisfazione.
Così come anch'essa possa essere profondamente influenzata sia dalla dimensione inconscia che da quella consapevole dell’individuo. Di conseguenza, anche il corpo può iniziare a desiderare, ricercare o manifestare quella stessa voglia attraverso stati interni, sensazioni, impulsi o bisogni percepiti.
La voglia può esprimersi nel rapporto con il cibo, nelle dinamiche umane, relazionali e sessuali, nella ricerca del piacere o del benessere, e in alcuni casi può sfociare anche in aspetti disfunzionali o compensatori.
Altre volte, invece, ho osservato come alcune scelte possano emergere da una dimensione più lucida, consapevole e volontaria, anche quando influenzate dal proprio vissuto, dalla sensibilità personale o dal contesto.
Ritengo anche che tutto possa risiedere ed essere profondamente influenzato dall' inconscio e della rielaborazione personale, soprattutto quando un individuo riesce a mantenere una condizione di lucidità e consapevolezza, sia nel lato positivo che in quello negativo della propria esperienza.
In caso contrario, il funzionamento umano, lo stato interiore, le ferite emotive, la disregolazione o le condizioni di sofferenza possono prendere il sopravvento, influenzando e alterando ciò che comunemente definiamo come scelta.
Nel mio vissuto, questa distinzione ha assunto un significato importante nell’osservazione del rapporto tra mente, corpo, emozioni, desiderio, impulso, adattamento e libertà interiore.
Ad oggi, conoscendo e comprendendo sempre di più le complessità dell'essere umano, soprattutto le mie, posso dire di sentire profondamente la voglia della vita, voglia delle persone, voglia di buon cibo, voglia di conoscenza, voglia continua di esperienza e voglia di essere.
5.9 La "bellezza" come una condanna, 2026
Esiste un’altra forma di sofferenza che, durante la mia vita, si è presentata e ripresentata più volte: la "bellezza" nella sofferenza.
L’essere donna, ed essere percepita come oggettivamente carina o piacevole, nella mia vita e tutt'ora, è stato spesso un disastro.
Un disastro anche se, socialmente, avrei potuto sfruttarlo a mio vantaggio.
Ma così non è stato.
Nonostante abbia vissuto e cercato esperienze, ho scelto molte volte la coerenza con me stessa, anche quando significava attraversare dolore, disagio o solitudine.
L’essere spesso percepita e desiderata come Carne, (titolo di uno dei libri che sto elaborando), mi ha portata, nel tempo, a riconoscere sempre meglio strategie, dinamiche e inganni messi in atto per ottenermi.
A volte è stato anche un allenamento mentale.
Ho inoltre vissuto molte esperienze, in contesti differenti sociali e relazionali, di cui, alcuni positivi, molti altri profondamente negativi. E ho conosciuto, soprattutto attraverso amicizie, relazioni e conoscenze, molteplici sfumature del carattere umano, sia maschile che femminile.
Nonostante il mio vissuto distruttivo, cercavo comunque, per quanto potevo, di stare meglio.
Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiedeva: “Come stai?”
E le rare volte in cui mi permettevo di essere sincera, rispondendo:
“Non bene.”
“Così così.”
“Non sto bene.”
Molto spesso ricevevo risposte come:
“Davvero? Non sembra.”
“Ma no dai, ti vedo bene.”
“Non si vede proprio.”
Quando magari, dieci minuti prima, avevo smesso di piangere. Quando magari mi ero semplicemente rimessa in piedi, truccata un minimo, indossato un vestito, ed ero riuscita a sembrare “funzionante”.
E lì ho iniziato a chiedermi:
Possibile che, per molte persone, conti solo il prodotto finale?
Può sembrare un complimento. Può sembrare una frase detta senza cattiveria.
Ma anche dietro ad un semplice: “Tu sembri stare bene” "Guarda come sei bella" possono esistere dinamiche profonde, irrisolte, invisibili e attraversate nel silenzio.
Le volte in cui mi sono permessa di essere sincera, spesso dall'altra parte c'era una forma di incredulità. O peggio, venivo inconsapevolmente sminuita, soltanto perché il mio stato interno non rifletteva il mio stato esterno.
Ero vestita bene. Avevo un po’ di trucco. Sorrisi spenti, a volte persino finti.
E mi sono accorta che alla gente, molto spesso, andava bene così.
Quasi nessuno si interessava davvero a come stessi.
Mi sono chiesta molte volte:
Perché, invece di ascoltare davvero l’altro e comprenderne il dolore o semplicemente accettarlo, si preferisce minimizzare, alleggerire o far finta di niente?
Solo perché una persona è curata, truccata o vestita bene, allora la sofferenza non esiste?
La sofferenza, se bella da vedere, smette forse di essere sofferenza?
E anche il male, se ben vestito e ben presentato, smette davvero di esistere?
Personalmente, reputo che il sistema moderno sia ancora molto indietro nel diffondere una reale consapevolezza di sé.
Si parla continuamente di immagine, successo, perfezione, produttività. Molto meno di ascolto interiore, autenticità, regolazione emotiva e comprensione profonda dell’essere umano.
Spesso sembra che il valore umano venga misurato più attraverso il rendimento, l’apparenza o il profitto, che attraverso la reale integrità della persona.
E questo, inevitabilmente, si riflette anche nelle relazioni umane.
Credo sia importante riflettere su questo.
Ascoltare davvero qualcuno significa andare oltre ciò che appare. Significa non lasciarsi guidare soltanto dall’estetica, dalle proiezioni o dalla propria percezione.
La realtà interiore degli altri non è uguale alla nostra.
5.10 Perdite
4 Giugno, 2026, lacrime agli occhi.
Sto attraversando una sofferenza quasi faticosa da guardare negli occhi e da comprendere.
Sinceramente?
Non vorrei.
E invece tutto, ora, mi riporta lì:
Alla fine della sopravvivenza. Al resoconto dei trent’anni. Il rebound
Un attimo dopo essere riuscita ad allontanarmi dall’ennesimo ambiente distruttivo, e dopo aver visto alleggerirsi molte delle condizioni oppressive che mi accompagnavano, pensavo di riuscire a meritarmi un po’ di riposo psicologico.
È durato forse due giorni.
Non immaginavo di imbattermi nel contraccolpo che la sopravvivenza mi aveva lasciato.
Un ritorno improvviso di tutto ciò che avevo attraversato:
traumi, dinamiche, dettagli, ricordi.
Ma soprattutto una cosa.
Le perdite.
Scelte e azioni compiute mentre vivevo in uno stato di allerta.
Di rischio.
Di adattamento.
Di essenzialità.
Con la speranza, però, di farcela sempre.
Di ritrovarmi.
Io sopravvivevo.
Ma nel mentre tutto intorno a me viveva.
Io invece cercavo semplicemente di restare a galla.
Accorgendoti poi, di aver accumulato perdite. Perdite vitali, temporali, umane, affettive, relazionali, conviviali e terapeutiche.
Ho perso momenti che non torneranno più.
Molte delle mie scelte sono state influenzate da traumi, condizioni difficili, sofferenze psicologiche, sofferenze fisiche e da uno stato di sopravvivenza che alterava profondamente il mio modo di percepire e reagire al mondo.
E continuo a pensare che una società che non educa alla comprensione della salute mentale, del trauma e del funzionamento umano lasci molte persone sole proprio nei momenti in cui avrebbero più bisogno di strumenti.
Perché la salute mentale non dovrebbe essere una conseguenza. Dovrebbe essere una priorità.
Noi elaboriamo la realtà, prendiamo decisioni e reagiamo agli eventi attraverso il funzionamento del nostro sistema nervoso, del nostro cervello e della nostra storia.
Infine, tutto intorno a me ha continuato a vivere.
Io riuscivo semplicemente a fare ciò che maggiormente il mio sistema nervoso e cognitivo riuscivano a sostenere in quel momento.
E oggi mi ritrovo davanti a ciò che resta:
Alcune perdite, scelte, errori, risposte e conseguenze che non possono essere riportati indietro.
Nemmeno quando arriva la comprensione.
Nemmeno quando si comprendono le cause.
Quello che mi rimane da fare, come ho sempre fatto, è guardare tutto.
Analizzarlo e comprenderlo.
La sopravvivenza, vissuta da dentro, sembra soltanto un effetto.
Quando però si esce da determinate dinamiche croniche, si inizia a comprendere che quell’effetto nasce molto prima. Nasce all’interno.
Ed è doloroso rendersene conto.
Per anni la mia ipervigilanza mi ha permesso di vedere soltanto le conseguenze: I processi, il malessere, le reazioni, l'indipendenza, la vulnerabilità, le configurazioni che ne derivavano.
Credevo fosse giusto per come stavo vivendo, in un certo senso sì, ma ora la visione mi è sempre più ampia.
Solamente interfacciandomi con la fisiologia del trauma ho compreso a fondo.
Sono giorni in cui faccio fatica a fare tutto.
Faccio fatica a riflettere. Faccio fatica a mantenere il focus sul presente. Faccio fatica a trovare quell’energia che per anni mi ha accompagnata. Determinati stati interni e mentali negativi sono riemersi e amplificati.
È davvero un profondo malessere. Mi sento di prendere una pausa dalla scrittura.
Dopo il sopravvivere... come si fa a vivere?
nuova osservazione importante: 14 Giugno 2026Molte dinamiche dolorose e distruttive, che pensavo ormai lontane, sono tornate alla superficie in modo intenso. Non mi aspettavo che alcune di esse riemergessero con questa intesità.
La differenza, però, è che oggi non le sto vivendo con lo stesso livello di distruttività e temporalità che hanno caratterizzato lunghi anni di sofferenza mentale.
Avevo timore di una ricaduta importante, soprattutto considerando l'assenza della cannabis quotidiana,
che per un pò di anni mi ha aiutata, compensata e supportata in diversi aspetti della mia vita.
Allo stesso modo, negli ultimi giorni avevo in parte dimenticato l'assunzione di
Hericium e Reishi rosso, due funghi medicinali che avevo integrato nella mia routine.
Eppure, almeno fino a questo momento, non si è verificata alcuna ricaduta grave.
È un aspetto che continua a sorprendermi.
Ciò che mi colpisce maggiormente è la sensazione di una profonda riorganizzazione mentale
ed emotiva, molto più di come la vivevo e percepivo. Continuo ad annotare osservazioni, a monitorare ciò che accade dentro di me,
a percepirmi sia a livello cerebrale sia fisico.
Sono comunque aspetti che desidero approfondire
ulteriormente anche in ambito clinico, per comprendere meglio cosa stia accadendo e quali
processi possano essere coinvolti.
La sofferenza di questo periodo che sto provando sento di doverla attraversare e di volerlo fare.
Per quanto possa sembrare strano,
sono contenta che sia così. Continuo a riflettere, a comprendere, a collegare esperienze,
emozioni e significati, oltre che piangere un bel pò.
E infine, oggi convivo con due aspetti che per tanto tempo erano stati sommersi dalla sopravvivenza : da una parte il dolore, la riflessione e l'elaborazione; e in contemporanea, dall'altra il funzionamento quotidiano, la capacità di andare avanti, creare, progettare e fare. Il dolore rimane presente, ma non sembra più avere la stessa capacità di fermare completamente il movimento e la qualità dei miei pensieri e della mia vita.
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