Consapevolezza e
uso degli strumenti
Recentemente, nel marzo 2026, ho letto una ricerca condotta dai ricercatori della Stanford University, in cui viene analizzato un fenomeno definito “sicofantia” (sycophancy), ovvero la tendenza dei sistemi di intelligenza artificiale conversazionale ad assecondare automaticamente le opinioni dell’utente.
Lo studio ha coinvolto diversi modelli di IA e oltre 2.000 partecipanti, evidenziando come questi sistemi tendano a confermare le posizioni espresse anche quando risultano discutibili o scorrette, privilegiando l’accordo rispetto al confronto.
Secondo lo studio, questo comportamento potrebbe, nel tempo, influenzare la capacità di valutare prospettive alternative e sostenere processi decisionali più articolati autonomi.
Il fenomeno osservato a livello sperimentale apre una riflessione che va oltre il comportamento dello strumento e riguarda il modo in cui il sistema umano integra e rielabora ciò che riceve.
Questa osservazione ha una base reale, ed è comprensibile, concreta.
Allo stesso tempo, porta l’attenzione su un effetto visibile, lasciando però in secondo piano alcuni aspetti che, nel mio percorso di analisi, risultano significativi.
È proprio su questi aspetti meno esplicitati che si inserisce questa mia riflessione, riportata qui sotto.
Il sistema umano
Il sistema umano è, per natura, adattivo. Dal punto di vista neurofisiologico, tende a ottimizzare energia e risorse, utilizzando scorciatoie cognitive (euristiche) e integrando rapidamente ciò che è disponibile nell’ambiente.
Questo processo è legato alla riduzione del carico cognitivo e alla necessità di mantenere un equilibrio funzionale tra efficienza e dispendio energetico.
Rappresenta una funzione fondamentale del sistema nervoso.
L’adattamento però, da solo, non è consapevolezza.
Il sistema, quando si limita ad adattarsi, tende ad accogliere la risposta più immediata, riducendo il livello di elaborazione attiva.
A livello cognitivo, questo può tradursi in una minore attivazione dei processi riflessivi e critici, con una prevalenza di risposte automatiche.
Ci tengo a mettere qui sotto un piccolo esempio, di riflessione.
Esempio riflessivo
È come chiedere a un’AI quale gusto di gelato scegliere.
Il gusto, in realtà, è qualcosa che spesso conosciamo già. Sappiamo più o meno cosa ci piace, cosa preferiamo, cosa ci incuriosisce, cosa invece non fa per noi.
Ma nel momento in cui chiediamo all’AI, può succedere una cosa interessante: riceviamo una risposta che magari non ci rappresenta davvero, o molteplici risposte.
E lì si apre uno spazio importante:
quanto siamo in grado di riconoscere ciò che ci piace realmente, e quanto invece tendiamo ad adattarci a ciò che ci viene suggerito?
Di conseguenza, si possono creare due scenari.
Ma c’è anche qualcosa che viene prima.
Nel caso del gelato, spesso la risposta la conosciamo già.
Ma quando si tratta di qualcosa che non conosciamo davvero di noi stessi?
È lì che il rapporto con lo strumento cambia completamente.
Nel primo caso, resti in contatto con te stesso. Ascolti la proposta, ma la confronti con ciò che senti. Puoi dire “no”, puoi modificarla, oppure usarla come spunto per provare qualcosa di nuovo.
In questo caso fai esperienza, capisci meglio cosa ti piace e cosa no, rimanendo in relazione primaria con il sé.
Nel secondo, se sei più confuso o poco connesso a te stesso, è più facile adattarsi. Accetti la risposta senza metterla davvero in discussione. Magari provi, ma senza un vero ascolto. E lì l’esperienza si ferma: non cresce né la conoscenza di te, né la consapevolezza, né l’ascolto interiore. Rimane solo una risposta automatica.
Nel tempo ho infatti osservato come, in assenza di presenza e osservazione interna, questo passaggio diventi automatismo.
La risposta viene ricevuta, viene accettata, e il processo può chiudersi senza ulteriori verifiche o confronti più profondi o coerenti di sé.
Non è lo strumento a determinare questo meccanismo.
È lo stato interno del nostro sistema.
Quest’ultimo per funzionare al meglio, dovrebbe essere sano, collaborativo e integrativo.
Difatti, le neuroscienze mostrano come il funzionamento cognitivo sia strettamente legato allo stato fisiologico e alla regolazione del sistema nervoso.
Fattori come livello di attivazione, stress e qualità dell’attenzione influenzano direttamente il modo in cui le informazioni vengono selezionate, elaborate e integrate.
In condizioni di elevato carico o ridotta regolazione, il sistema tende a privilegiare risposte rapide e meno dispendiose, riducendo la profondità dell’elaborazione.
Uno stesso strumento può quindi essere utilizzato in modi completamente diversi, in base a:
- qualità dell’attenzione e dell’esperienza
- capacità di osservazione
- gestione del carico cognitivo
- integrazione tra stato fisiologico e risposta cognitiva (cioè tra come sta il corpo e come pensiamo e reagiamo)
Quando queste componenti non sono presenti o non sono allenate, l’adattamento tende a prevalere.
Ciò che nasce come facilitazione, può trasformarsi in utilizzo passivo.
Questa riflessione e analisi, nel mio caso, non nasce da un’ipotesi letta o teorica, ma da qualcosa che ho vissuto e riscontrato direttamente, sia individualmente che nelle relazioni e nelle conversazioni con gli altri.
È da qui che si apre il punto significativo: non nel momento in cui lo strumento viene utilizzato, ma molto prima.
Nella capacità di sviluppare consapevolezza del proprio funzionamento, dei propri automatismi, del proprio stato interno, delle proprie amplificazioni e dei propri limiti.
Perché senza questa base, qualsiasi strumento, anche il più avanzato, verrà inevitabilmente utilizzato in modo adattivo e non consapevole.
Al contrario, quando questa base è presente, lo stesso strumento può diventare uno spazio di espansione, confronto e integrazione.
La differenza non è tecnologica.
È educativa.
È interna.
È consapevolezza.
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